Corpo docente

marzo 13, 2012 § Lascia un commento

 stefano vitale

Come corpo in marcia verso la sua evanescenza in un orizzonte di semplificazione. Si parla molto del “corpo docente”, ma poco viene affrontato, soprattutto nell’ambito della formazione, il tema del “corpo dei docenti” all’interno del loro agire educativo. Ma è solo un’ ambivalenza lessicale?

 La definizione di “corpo docente” ha un’ascendenza burocratica: rinvia all’idea delle corporazioni, ad una struttura sociale ben precisa dove gli individui sono uniti fra di loro nellaprofessione. “Corpo docente” fa pensare anche al corpo militare e nona caso il concetto viene anche enfatizzato per non riconoscere l’enorme diversità che in realtà lo attraversa e costituisce. È una sorta di paravento. Da qui si spiegano frasi di rito quali “il corpo docente non può accettare che…”, “il corpo docente ha bisogno di…”. Che vi sia bisogno in certi frangenti, si pensi alla dimensione sindacale, di questa immagine compatta e “pubblica”, il tema del corpo dei docenti, inteso come corpo reale all’interno dell’agire educativo, passa in secondo piano.

Forse l’ambivalenza lessicale non esiste: siamo noi pedagogisti che, avendo presente l’importanza del corpo nell’agire educativo, provocatoriamente creiamo la contraddizione. Dalpunto di vistadella struttura scuola questa ambivalenza o contraddizione non esiste, perché il corpo dei docenti a scuola non entra. Al suo posto entra un fantasma, un simulacro, un involucro.

Nel libro Registro di classe (S. Onofri, Einaudi, Torino 2000), l’autore scrive che nell’entrare a scuola doveva dimenticare ciò che era, doveva appiattirsi in una visione burocratica, organizzativa, didattica della sua funzionedi insegnante e dimenticare di essere uno scrittore, un poeta, un appassionato di cinema. L’autore lamentava la dicotomia tra essere parte di un “corpo docente” ed avere un corpo reale che è portavoce di una storia personale, individuale. Un corpo che deve rimanere fuori dalla scuola.

Un’altra questione importante è che con il crescere dell’età dei ragazzi, quindi dalla scuola dell’infanzia a quella superiore, per non parlare dell’università, si dà vita ad un progressivo svanire del corpo del docente.

Nella prima infanzia, l’insegnante usa il proprio corpo e lo mette in gioco per agire coi bambini. In più si prende cura del corpo dei suoi allievi: sia per le routine quotidiane che per educarlo con la psicomotricità, l’espressione corporea, il gioco. Man a mano che il bambino cresce, questa attenzione per il corpo svanisce. C’è un venir meno progressivo della corporeità, fino ad un suo eclissarsi quasi totale nell’aula universitaria, dove il docente è molto distante e i corpi non si toccano né, talvolta neppure di vedono (si pensi poi alle “formazioni a distanza”).

Ciò è normale nella nostra cultura per la quale conta di più il sapere che viene dalla testa, dalla parola, il flatus vocis: che è l’ultimo segno dell’esistenza del corpo. Va detto che vi  sono anche dei docenti che provocano attenzione sul corpo, ad esempio con il loro vestirsi ed atteggiarsi, ma, generalmente, non sono particolarmente apprezzati dagli studenti né dai colleghi o dalle famiglie.

Penso al film di Tom Ford, A single man, dove il protagonista, docente universitario, durante una lezione decide di fare un “mezzo outing” sulla sua omosessualità, parlando agli studenti del concetto di paura che regola le loro vite, che è paura dell’altro e del diverso. In questa scena, l’insegnante si pone davanti alla cattedra, si siede davanti ad essa (il che è molto simbolico) uscendo dalla sua protezione. Il suo corpo si mette in gioco, parla agli studenti, li guarda in faccia. Non si tratta di estremizzare, perchè è chiaro che c’è una “normalità” nella “negazione del corpo” nella misura in cui occorre garantire a tutti protezione e riservatezza. Ma credo che nell’insegnamento il corpo del docente come strumento didattico, pedagogico, può essere messa in gioco con i ragazzi con opportuni accorgimenti. Le attività pratiche, ad esempio di educazione ambientale dove si sta all’aperto, sono situazioni in cui o ci sono mediatori, operatori o altri esperti che gestiscono i laboratori, oppure il docente tende, generalmente, ad assumere un atteggiamento di distanza oppure si limita a fare da “Cicerone”. L’insegnante anche in queste situazioni sembra afflitto dalla sindrome dell’osservazione, una sorta di voyeurismo educativo del corpo degli altri. Che male ci sarebbe a mettersi in gioco anche col proprio corpo?

Un ulteriore elemento di analisi è quello condizionato dal tema della “crescita nella scala sociale”. Oggi più che mai chi si sporca le mani, chi mette in gioco il proprio corpo è meno considerato. Alla faccia della “cultura del fare” che oggi è più distante dai sistemi e dai processi produttivi, è pagato di più: l’educazione con sfugge alla regola del management. Si determinano delle scale gerarchiche dove più il corpo è assente, più il “suo proprietario” è una persona che occupa i piani alti. Più è de-corporeizzato, più è potente. Mi collego qui al tema del post-umano, del simbionte, dell’uomo tecnologico di cui parla Giuseppe Longo. Egli elabora una teoria del post-umano come possibilità che ha oggi l’uomo di sostituire parti del proprio corpo con strumenti tecnologici e di come ciò influisca sui processi d’apprendimento, sui processi epistemologici dell’uomo e quindi sulle sue modalità di apprendimento. Impariamo a conoscere tramite queste macchine e questi strumenti che possono addirittura essere applicati al nostro stesso corpo. Il post-umano è veramente desensibilizzazione del corpo, che fa valere il principio del «sempre meno corpo, sempre più potere».

E ripenso al recente film dei fratelli Cohen, A serious man, dove il protagonista, disperato, si rivolge ai rabbini per trovare una soluzione e si trova a risalire una specie si scala gerarchica finché arriva al vertice, al “rabbino dei rabbini”, il quale, persona irraggiungibile, molto anziano ed evanescente, resta sempre in silenzio. La persona più importante, irraggiungibile, quella che dovrebbe dargli le soluzioni, non risponde nemmeno alle sue domande: un corpo evanescente. Il corpo del docente è qualcosa che lo accomuna, lo pone sullo stesso piano degli studenti. Nel momento in cui egli deve essere in una posizione asimmetrica rispetto ai suoi interlocutori, meno mette in gioco il corpo, tanto più può accrescere la sua asimmetria rispetto agli studenti. Più il docente è asimmetrico rispetto all’immagine che gli studenti hanno, più può fare il docente. Sembra questa la situazione.Per tutti è chiaro quanto sia importante in situazione di apprendimento, che vi debba essere sempre una distanza, ma il problema è diverso. L’ambivalenza non è tanto lessicale, quanto di ruolo. Questo perché, da una parte il docente ha bisogno di costruire delle distanze per essere ascoltato e dall’altra ha bisogno gestire degli elementi di vicinanza sempre per essere ascoltato. È proprio su questa ambivalenza non tanto lessicale quanto di ruolo e di funzione, che il docente deve lavorare e mettersi in gioco.

Nella dinamica educativa il docente è al centro della scena con la sua corporeità. Il modo che hadi porsi con ilsuo corpo è qualcosa di importante, che viene immediatamente registrato dagli studenti. Il modo di presentare il proprio corpo da parte dei docenti non èmai neutrale. Questovale sia nel caso in cui si voglia costruire una distanza “esagerata” (quindi assecondare la tendenza a svanire del corpo), sia che lo si voglia mettere in gioco. Tutto sta nel capire quale sia la misura giusta.

Quali sono le ragioni del negarsi e celarsi del corpo degli insegnanti?

Paradossalmente si può parlare di “corpo in marcia verso la sua evanescenza” a scuola. Molti insegnanti sono a disagio per tale oblio del corpo.

Il corpo non è solo il corpo fisico, è anche l’esperienza, i gusti, le preferenze, le competenze. Tutto ciò deve stare fuori dalla scuola. Ma il corpo è unitario: anche la mente è nel corpo. Essi non prendono mai direzioni completamente opposte o separate. In una logica di sistema il corpo include la mente e la mente include il corpo e quindi, le esperienze culturali fanno anche parte della corporeità e della fisicità.

Le ragioni che sottostanno al negarsi e celarsi del corpo degli insegnanti sono: la paura della perdita del proprio potere, una sorta di conformismo burocratico-gestionale, cui si collega una forma di “amputazione” culturale, un rendersi invalidi con la negazione di parti importanti della propria cultura, formazione. Nei per insegnanti di scuola media sulla poesia, propongo loro delle attività di scrittura, ma anche altre nelle quali devono e possono giocare, muoversi con il corpo per ricavarne delle esperienze traducibili in forma scritta. La difficoltà riscontrata dagli insegnanti era quella di attivarsi in questo processo, perché  non capivano il nesso fra le due attività.

Questo accade perché gli insegnanti sono abituati a ragionare per compartimenti stagni, si inibiscono parti di sé che pensano che non sia possibile metterle in relazione con altre parti, in questo caso con quelle intellettuali. Invece, proprio mentre il corpo si muove in un certo modo, sta producendo intelligenza, sapere da rielaborare

Dietro il celarsi del corpo c’è la separazione filosofico-culturale di mente e corpo, che rispecchia la separazione fra lavoro manuale e intellettuale, che a sua volta richiama la scissione fra la merce e il denaro, tra il prodotto del lavoro e illavoro prodotto dell’uomo e quindi, infine, la distanza fra la vita materiale e la riflessione sulla vita materiale. Prima ho accennato alla questione della sessualità e mi sembra rilevante citare ciò che ha scritto Judith Butler in Corpi che contano: «La regolamentazione della sessualità, all’opera nell’articolazione delle Forme, suggerisce che la differenza sessuale agisce nella formulazione stessa della materia. Si tratta di una materia che si definisce non solo come opposta alla ragione. Non c’è un unico esterno, poiché le forme richiedono un certo numero di esclusioni.Esse sono e replicano se stesse attraverso ciò che escludono, attraverso il non essere né l’animale né la donna, né lo schiavo, l’appropriazione dei quali è acquisita tramite la proprietà, i confini nazionali e razziali, il masochismo e l’eterosessualità coatta. I confini del corpo sono l’esperienza vissuta della differenziazione, dove tale differenziazione non è mai neutrale rispetto alla questione della differenza di genere o della matrice eterosessuale. Cosa è escluso dal corpo affinché i confini corporei possano costituirsi? E in che modo l’esclusione abita quel confine come una specie di fantasma interno? In che misura la superficie corporea è l’effetto dissimulato della perdita?». Questo per dire che il problema della negazione del proprio corpo (che include la negazione della sessualità e della gestione della sessualità nei confronti dei ragazzi a scuola) opera anche per mezzo dei ruoli, maschili o femminili, collegati alla distinzione di genere operata dalla cultura, che impone dei ruoli, degli stereotipi, dei comportamenti coatti… È per questo che a scuola si fa fatica a parlare di come le persone quotidianamente usino il corpo.

Periodicamente i giornali si occupano di “come spiegare ai bambini l’amore omosessuale”. Argomenti come questo sono quasi impossibili per gli insegnanti: già faticano a parlare di come funziona il corpo nelle sue funzioni essenziali, come, ad esempio, la vita sessuale, figuriamoci dell’omosessualità. Il fatto è che siamo schiavi dei luoghi comuni, di stereotipi sessisti e delle discriminazioni da essi derivanti. Per non parlare di ciò che si produce nel confronto con il corpo degli stranieri, quello nascosto dei musulmani, oppure quello esibito dei ragazzi di colore.

Altro aspetto importante che mette la scuola “sulla difensiva” e rende difficile fare un discorso sul corpo a scuola, nasce dalla difficoltà di relazionarsi al mondo del corpo come i ragazzi lo propongono. La nostra società è condizionata dalla cultura cattolica del peccato che agisce su questi temi usando anche, in negativo, la morale delle altre religioni, facendone vedere solo gli aspetti negativi, fobici e negazionisti.

Parlando di negazionismo non si può non pensare all’olocausto che è una delle più terribili apoteosi della negazione del corpo. Gli insegnanti, che hanno difficoltà a parlare del corpo, riescono a farlo dentro questo circuito doveroso, importante, ma “protetto”. La giornata della memoria è il momento in cui si possono vedere le immagini di corpi martoriati, ammucchiati, offesi, umiliati, rinsecchiti perché sono in quel preciso contesto. È importante che ciò accada per ricordarci fin dove la nostra barbarie può arrivare, ma nello stesso tempo, come direbbe Adorno, «è lo specchio della nostra impotenza di parlarne in maniera normale». Dobbiamo sempre arrivare all’estremo per capire che c’è il problema. Adorno ha dimostrato nei suoi scritti come certe manifestazioni estreme siano in realtà lo specchio di un’impotenza; la possibilitàdi parlare di certetematiche avviene solo in determinate condizioni. Questo è il risultato di una società che non ha fatto i conti con l’etica fino in fondo.

Il gioco ed il corpo

Il gioco vive una situazione ambigua: da una parte è relegato al ruolo di trastullo dell’infanzia, dall’altra parte si sente sempre più parlaredi giochi di ruolo, di mediazione, cooperazione col gioco. Qui il gioco è diventato una struttura organizzativa che permette alle persone di superare l’uso esclusivo della parola e questo è un fattore positivo. Tuttavia, come già rilevava Roger Caillois, tutta la ricchezza motoria, emotiva, culturale del gioco resta comunque negata, repressa perché queste forme di sopravvivenza del gioco hanno fini esclusivamente didattici e hanno in qualche modo svuotato il gioco del suo significato originario di libera espressione dell’interiorità e del piacere. Oggi il corpo nel gioco è socialmente accettato solo se sempre più regolamentato, come capita in quei giochi istituzionali che sono lo sport. La nostra società conserva il corpo in chiave archeologica o commemorativa oppure come esperienza dei bambini piccoli, come strumento didattico ed al massimo lo esibisce nello sport mentre tutta quella vasta categoria di giochi tradizionali, liberi, autonomi, non codificabilie un po’selvaggi sono spariti. L’ossessione della regolamentazione e dell’istituzionalizzazione, implica una decorporalizzazione dominata da procedure, regole rigide in cui tutto viene addomesticato e in cui il corpo viene addestrato piuttosto che educato.

Corpo istituzionale e corpo del docente: la legge della semplificazione

Qui si tratta di Foucault: il corpo istituzionale è una metafora della struttura disciplinata e del disciplinante. I docenti dovrebbero essere gli esecutori di questo disciplinamento.

Nella scuola dioggi è evidente la restaurazione dell’ordine. Il legame fra il corpo istituzionale e l’attuale fenomenologia del corpo docente potrebbe essere letto con un’unica parola: semplificazione. Quello che sta accadendo oggi nella scuola in termini di organizzazione, è una restaurazionedi un ordineprecedente agli anni ’60, e la parola d’ordine è semplificare. Non c’è piùspazio e tempoper la sperimentazione che viene abolita perché mancano soldi e competenze per farla. La sperimentazione è parente stretta dell’avventura, della corporeità che si mette in gioco. Ma serve: uno spazio-scuola dilatato, che permette l’integrazione delle discipline canoniche con altre discipline non tradizionali,  che favoriva l’integrazione curriculare. C’era il Tempo Pieno: oggi questo tempo quasi non c’è più, e non è un caso. È un altro sintomo della negazione della presenza del corpo, agita tramite una semplificazione il cui messaggio è che il ruolo dell’insegnante è quello di far imparare ai bambini a leggere e a scrivere, di trattare le proprie materie e niente d più. Quindi tutte le recenti “novità” della scuola in termini di programmi, riduzione dell’orario, la proposta del taglio di un anno nella durata delle scuole dell’obbligo mirano alla semplificazione. La cultura per stare insieme non esiste più. Allo svanire del corpo fa eco la semplificazione delle funzioni dell’apprendimento ridotto alle sue funzioni essenziali. Questa decomplessificazione va di pari passo con la dissoluzione del corpo, perché esso introduce elementi di complessità divergenti che vanno negati, controllati. Qui si può leggere un disegno di tipo autoritario, perché è notoriamente più facile controllare qualcosa di semplice (e ignorante) piuttosto che qualcosa di complesso (e intelligente).

Corpo virtuale e corpo de-materializzato

Molti adulti sono critici e dubbiosi riguardo alla comunicazione fra i ragazzi esclusivamente governata da face-book e altri social-network. Ma non facciamo di ogni erba un fascio. Prima di tutto perchè, in una società in cui i tempie spazi di incontrofra i ragazzi sono molto limitati, questi strumenti permettono loro di restare in contatto, incontrarsi e, quindi, denota un desiderioe bisogno di relazione.Tale situazione non è lo specchio dello snaturamento della volontà di incontro, ma è l’espressione di un bisogno che ancora una volta gli educatori dovrebbero cogliere.

Secondo, la realtà dimostra che anche usando questi mezzi, si rende possibile il manifestarsi delle persone concretamente. Molte mobilitazioni politiche oggi sono possibili attraverso la comunicazione virtuale che genera presenza fisica reale, dove i corpi ritornano protagonisti. Non è un caso che dopo una manifestazione di piazza, la diatriba sia sempre per la stima del numero dei partecipanti: il corpo conta ancora.

Il fatto che i ragazzi passino tanto tempo davanti al computer indubbiamente può provocare situazioni negative, ma non demonizzerei il computer. Piuttosto credo sia utile domandarsi come le persone userebbero Internet e il Web, se ci fossero altri spazi, altri luoghi, altre occasioni in cui incontrarsi. Credo che la questione vada rovesciata. Bisogna lavorare sulla costruzione di questi spazi reali. Sono convinto che la società non tornerà indietro, si potrà solo giungere ad un utilizzo differente di tali strumenti.

La cosa preoccupante, invece, è che l’utilizzo di certe forme di comunicazione virtuale stia impoverendo le forme precedenti di comunicazione. Si pensi ad esempio alla scrittura. Nelle mail, nei blog si scrive peggio, forse solo in modo diverso, ma ciò impoverisce le nostre capacità di scrittura. Esse si sono trasformate ed è su questo che è importante lavorare nell’ambito della formazione. Bisogna studiare le trasformazioni per capirle ed eventualmente modificarle creando spazi di incontro reale.

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